Sono trascorsi due mesi da quando tutto è iniziato qui a Roma, e su larga scala in parte del resto d’Italia.

Sono rimasta a casa in “quarantena” precisamente dal 10 Marzo, e da quel giorno è iniziato il viaggio. Sì, è di un viaggio che si è trattato. Un viaggio in solitaria, senza mappe, itineari, tappe prestabilite, biglietto di ritorno. Un viaggio ancora in corso..

Un’avventura in un micro mondo sospeso come una bolla in un macro mondo prossimo ma non raggiungibile, da guardare da lontano attraverso l’oblò del proprio appartamento, dal balcone, dalle proprie finestre, dal web.

Preoccupazioni, rischi pensati, valutati, temuti. Fatalismo. Incertezze diffuse. Mancanze. Poche certezze.

Nessuna (o quasi) forzatura, anche per scelta. La riduzione netta del dovere ha fatto preziosamente spazio al volere. Ho oscillato tra il far nulla, il far poco, il fare, fino al sentir germogliare dentro spontaneamente, il voler far tanto altro, quello che non faccio mai o quasi mai, anche quello che avevo lì a fianco da tempo, ma che tendevo sempre a rimandare.

E poi le prime volte, a partire dalle più banali e semplici: la prima pizza fatta in casa (a cui ne è seguita una seconda e così via..), le prime riparazioni/aggiustamenti fai da te, la prima colorazione ai capelli senza parrucchiere, la razionalizzazione della spesa e delle fugaci uscite obbligate, l’utilizzo maggiore delle cose “parcheggiate” in casa. Tutto con un’ottima resa, una buona riuscita!

La spinta a sfoltire il superfluo e a virare verso l’essenziale. La voglia di riflettere e l’esigenza, mista al desiderio, di ottimizzare.

Il fare a meno di, un buon esercizio utile e liberatorio, a tratti catartico!

Tempo

Un protagonista assoluto.

Ritmi diversi, pause, riprese, fluidità, inciampi, ri-sintonizzazioni.

Il tempo come flusso continuo, con qualche scansione a singhiozzo. Si alternano il bisogno di scansionarlo a quello di abbandonarsi al suo flusso. Si allentano le pressioni, si riscopre una lentezza surreale e rara, particolare, singolare.

Il tempo dell’attesa, della vita, del pensiero, dell’azione, della non azione, dello scorrere di ogni porzione del giorno e della notte, del viaggio in sé stessi.

Musica

La musica dentro, a qualsiasi ora, dai balconi, dai brani ricevuti. L’ascolto del silenzio della notte, dei silenzi di una città che non è mai stata silenziosa, neanche a notte fonda.

Eh, la notte, perno centrale in questo isolamento, compagna fedele, pozzo da cui attingere, da cui trarre ed estrarre tanto. Notte vissuta e ascoltata, contemplata, con quasi mai l’assillo degli orari del mattino seguente.

Le brevi e simpatiche chiacchierate da balcone a balcone con il vicino, mentre si è in cerca di sole e vitamina D.

Le chiamate, i contatti virtuali, costanti e piacevoli con gli amici cari, i familiari, gli affetti più profondi.

I concerti virtuali, gli ensemble più inaspettati!

Ho fame di mondo, quello reale, in carne ed ossa. Torneremo ad incontrarci, ad abbracciarci, a scrutare emozioni negli occhi delle persone che avremo di fronte.
Torneremo ad esplorare, a camminare, a viaggiare.
Ma ora è tempo di resistere.

Lavoro

Inizialmente sospeso, pian piano e a tratti ripreso, più in là tornato diversamente stabile con il sostegno di invenzioni ad hoc. Ci si è eccezionalmente serviti della rete per resistere, per non inter-rompere, per offrire una qualche forma di presenza. Sta funzionando. C’è da imparare, confrontarsi e riflettere su tutto questo.

Festività

C’è stata Pasqua, la prima della mia vita trascorsa da sola a casa.

E’ andata bene, l’ho trascorsa serenamente, posso dirlo. E’ stata più essenziale, senza fronzoli, più asciutta. Le persone care ci sono state comunque, in fattezze diverse.

“Più essenza, meno fronzoli. Assenze che sanno di presenza. Sorprese. Semplicità. Riflessione. Silenzio. Musica. Contemplazione. Risvegli. Ascolto. Messe a fuoco. Messe in questione. Attimi e atti d’amore e d’amicizia. Consapevolezze. E dopo questa quarantesima, Buona Pasqua.”

Uovo solo

Pasquetta, meno.  Ho accusato un po’. Probabilmente la conseguenza delle prime due festività di seguito trascorse in solitaria. Pasquetta del resto, è la festa degli assembramenti per eccellenza! In Calabria in particolare, ne sappiamo qualcosa..

Poi il 25 Aprile – uno e trino – Festa della Liberazione, Festa Patronale al mio caro paesello e non ultimo, il Compleanno di mio padre, che ha il privilegio e l’onore di essere nato in un giorno così bello.

Poi il Primo Maggio, con le sonore interpretazioni emozionanti di “Bella ciao” arrivate dalla strada, dai balconi, dalle finestre. Sono giunte come un profumo, con il venticello romano, in una giornata assolata e tranquilla.

Perdita

E poi la nota dolente, nel reale senso della parola. Il vero buio di questo isolamento. Il dolore denso per la perdita di una persona molto cara, perché sì, c’è stato anche questo.

Vivere un lutto (terribile di per sé) in un periodo così, è surreale, straniante, da stordimento. E’ come veder svanire una persona senza poter far nulla. Solo aspettare, sentire il vuoto, stare a guardare il cielo e il display di un cellulare per vedere un accesso su WhatsApp – negli ultimi giorni della sua vita – che non si è più maledettamente visto. Utilizzarlo come indice di presenza o assenza, che da un certo momento in poi avrebbe fissato l’orario del suo ultimo tentativo, e da qual momento in avanti, di un’assenza irreversibile. Nient’altro.

Non poter abbracciare nessuno, non potersi fare presenza viva per le persone care.

Anche tutto questo ahimè, mi ha tristemente insegnato tanto.

Contatto fisico

E’ ciò che mi è mancato forse di più. Nel primo mese, facendo mente locale, mi sono soffermata a pensare alle ultime strette di mano e a chi avevo dato l’ultimo abbraccio prima dell’isolamento. Non mi sarei mai immaginata di “ripassare” mentalmente, a mo’ di una lezione prima di un’interrogazione,  l’abbraccio con una mia carissima amica, l’ultima persona che avevo effettivamente stretto senza sapere. Pian piano mi sono abituata anche a questo, nonostante il corpo sia necessario e insostituibile.

Sensi

“Odori invitanti giungono sui balconi e attraversano le finestre. Mi ricordano le passeggiate verso l’ora di pranzo nei vicoli del mio paese, andando verso casa dei miei nonni. Si attraversavano odori appetitosi, inebrianti, diversi, apri pancia e cuore. Facevano da aperitivo, da antipasto. Che bel sole e che bel tepore oggi. Aria di domenica.”

L’attenzione per le piccole cose, la cura, l’osservazione più attenta, l’ascolto fine, lo sguardo nudo e muto, in alcuni momenti nuovo, i punti di vista diversi e alternativi, le prospettive inedite tra gli angoli di casa. Le sensazioni amplificate, altre attenuate. Il gusto per cibi ritrovati. Il profumo di una stagione nuova, arrivata nonostante tutto. Il rumore attutito e diventato più dolce, il silenzio maestoso e caro.

Il vuoto. Come ricchezza, scoperta, ricerca, opportunità.

Corpo

Altro co-protagonista.

Il timore (soprattutto iniziale) di contrarre il virus. L’impegno di tenere il corpo al riparo, di ascoltarlo di più.

Un insolito approccio alla quotidianità ha avuto un peso sul corpo, sui suoi ritmi, le sue sensazioni, le emozioni, le percezioni, i suoi bisogni. Conseguenze del periodo.

Ho come ritrovato più contatto con il mio organismo e con il prendermi cura di lui, di me. Un contatto che mi ha riportato indietro di molti anni. Uno spontaneo e ben ritrovato revival! Echi e ricomparse libere di essenze di una più giovane e piccola me.

Durerà?

Chi vivrà vedrà!

L’assenza dei corpi, la presenza che manca, così come l’incontro.

Fare i conti con l’assenza, le assenze. Ci si abitua a tutto nel tempo. Come esseri umani per sopravvivere siamo portati, chi più chi meno, ad adattarci alle condizioni in cui siamo immersi, nelle quali ci troviamo e viviamo. Ma a quale prezzo? Ognuno paga il suo.

Qualcuno (mi) ha detto “La distanza è una menomazione dei sensi, dell’olfatto, del tatto ecc. Mi manca l’odore delle persone. E’ difficile la distanza, apre a diverse interpretazioni e non sai qual è quella giusta.”

Mi sono trovata fisicamente sola con la mia stessa presenza, e a quanto pare, l’effetto è quello di sentirmi più presente a me stessa, ed ecco il viaggio!

E adesso mi chiedo, dove mi porterà?

Da soli può essere più dura, a tratti molto dura, ma al tempo stesso, incredibilmente sorprendente, rigenerante, forgiante e fortificante!

“Questa è buona parte della vista dal mio balcone, la metà destra, lo spicchio di vista preferito soprattutto al tramonto, quando il gasometro si tinge di rosa e si scorge sotto di lui, una piccola parte di città insieme agli alberi. Sono a casa da diversi giorni, settimane, come la maggior parte delle persone in questo momento particolare, insolito, inaspettato, difficile, surreale. Cerco di far tesoro di questo isolamento, di questo tempo lento, sospeso, a tratti sorprendente. Di questo “vuoto”. Mi chiedo, cosa prenderà forma da tutto questo o che forma prenderà tutto questo? Quali saranno gli effetti?”

Tavolozza di Colori:

Azzurro intenso, come il cielo di molti giorni di Marzo, d’Aprile e di inizio Maggio. 

Verde, come le piante che vedo, che ho intorno e le meravigliose nuove arrivate.

Rosa tenue/pastello/intenso come il cielo di Roma al tramonto, come la parete del soggiorno e alcuni degli elementi d’arredo presenti in casa, come le mattonelle sul balcone e il mosaico in bagno.

Giallo zafferano e ocra, come la parete singola della cucina che ospita oggetti che mi ricordano tanto.., come il caldo sole di primavera, come il risotto che ho preparato.

Terracotta come molti degli elementi che mi circondano e che osservo, e che sanno di Roma.

Bianco come una costante.

Rosso come il pomodoro calabrese per condire pasta e pizza, come il peperoncino piccante e come il cerchio pieno e lucido in corridoio.

Blu come il cielo nell’ora più bella, come la chiazza sulla parete in corridoio, blu come i miei sogni migliori.

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